Lelehe’el, secondo un’antica tradizione, è il nome del mio angelo o meglio, del “nostro”, perché io ed il mio migliore amico avevamo in comune lo stesso angelo. Come tutti quelli che, come noi due, sono nati tra il 15 aprile e il 20 aprile.
Con lui però non solo avevamo in comune l’angelo, ma eravamo nati lo stesso anno e lo stesso giorno. Eravamo uguali quasi in tutto e di certo era molto strano: l’altezza, il peso, mancini, il gruppo sanguigno 0 negativo e tante tante altre cose.
Ai Lelehe’el non piace perdere, mai, quindi il mio amico prendeva anche ogni gioco sul serio.
Non c’era sfida, lui vinceva sempre.
Noi dei Lelehe’el siamo come bambini, ci piace scoprire e provare cose nuove, ci piace avere un pubblico (e se c’è un pubblico ad ammirarci possiamo essere campioni in qualsiasi cosa facciamo). Anche l’idea della morte per noi è campionessa.
I nati sotto Lelehe’el sono generosi, coraggiosi, amano aiutare gli altri. Per questo il mio migliore amico mi ha sempre aiutata quando ero nei “Giorni della Solitudine”.
Era il mio “braccio sinistro”.
Un giorno è arrivato un invito dall’Italia, si poteva andare via da Gaza! Avevamo deciso di andare insieme.
Il giorno in cui dovevamo fare il Visto, però, lui è andato in ospedale per problemi di salute.
Dovevo decidere, andare a fare il Visto o aspettarlo.
Ma lui mi incitò ad andare, con forza, e mi promise che tutto sarebbe andato bene e che il successivo compleanno l’avremmo festeggiato insieme.
Nel giorno della partenza, come sempre, eravamo uguali, solo un dettaglio era diverso: stavamo viaggiando entrambi, sì, ma io verso l’Italia e lui verso l’ospedale di Gerusalemme per curare un cancro.
Nove mesi, solo nove mesi.
Dopo 9 mesi si era quasi ripreso e stava per nascere di nuovo, una persona nuova.
Ma è morto.
È morto improvvisamente, mentre giocava a scacchi.
Lui ha giocato e io ho perso.
E da quel tempo sto provando ad imparare a giocare a scacchi per non perdere più.
E aspetto…
Nidaa Badwan

 

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